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Calce e Peste Nera: la luce ha vinto sull’oscurità

Esistono il bianco ed il nero sulla tavolozza di un pittore, ma anche nella vita e nella storia: due colori che ci raccontano di una contrapposizione, di una sfida.
La peste nel medioevo era nera, spaventosa, minacciosa, arrivava come una falce a spazzare vite e destini. 
Nel 1300 ebbe una tale potenza distruttiva, da riuscire ad uccidere 30 milioni di individui, un terzo della popolazione europea.

E’ una malattia infettiva causata dal batterio Yersinia pestis, che vive abitualmente nei roditori e nelle loro pulci parassite, quindi si trasmette all’uomo subdolamente proprio attraverso il morso dei ratti e la puntura delle medesime pulci. Esistono tre forme di malattia: la peste bubbonica, la peste setticemica e la peste polmonare; quest’ultima è la più letale per l’uomo, in quanto si trasmette da individuo ad individuo attraverso l’aria, il respiro, la tosse ed ha quindi un potenziale epidemico elevatissimo e un tasso di mortalità che in passato era del 100%, mentre attualmente si è solo ridotto al 50% con l’ausilio degli antibiotici. Causa febbre alta, dolori, brividi, polmonite acuta, convulsioni, catarro. Non esiste un vaccino o una cura specifica ed in alcuni paesi asiatici, africani e sud-americani è ancora presente.

Quando arrivò la peste polmonare del 1350 l’Italia e l’Europa stavano vivendo un periodo di depressione economica da oltre un quarantennio, causato dal fatto che l’espandersi vertiginoso delle città, delle manifatture tessili, dei commerci internazionali, aveva arricchito soltanto i ceti mercantili, portando alla miseria quelli rurali, che si videro costretti ad abbandonare le campagne e a trasferirsi in massa nelle città. Una condizione di criticità nella quale spesso si moriva di fame e che favorì l’abbassamento delle difese immunitarie dovuta appunto a scarsa alimentazione; altresì la mancanza di igiene creò terreno fertile per il dilagare della pandemia.

Eppure la peste aveva lasciato all’Europa una tregua di oltre cinque secoli, l’ultima ondata infatti risaliva al periodo di Giustiniano ed era andata scomparendo nell’ 800 a.C.

La pausa fu tragicamente interrotta da un’azione spietata, deliberatamente concepita da uomini contro altri uomini e perciò tanto più sinistra. Nel 1347, infatti, l’esercito dei tartari stava assediando Caffa, scalo commerciale della città di Genova in Crimea (attuale Ucraina). L’esercito orientale era sconvolto da un’epidemia di peste, diffusa da qualche anno in Asia e cosi vi fu la funesta decisione di utilizzare i corpi dei soldati morti per espugnare la città, catapultandoli oltre le mura. La prima arma batteriologica della storia. I marinai genovesi, ormai contagiati, non poterono che fuggire da Caffa e sbarcando a Messina aprirono le porte dell’Europa e del Mediterraneo al temutissimo flagello. Da allora la peste ritornò costantemente a colpire il continente europeo ed una violenta recrudescenza si ebbe in Italia tra il 1629 e il 1631, da cui le famose e toccanti pagine manzoniane dei Promessi Sposi.

Il 1656 poi fu un annus horribilis per il Mezzogiorno d’Italia colpito in lungo e in largo da una epidemia che devastò contrade, paesi e città con straordinaria virulenza. E al morbo non riuscì a sfuggire neanche la Puglia, che per la sua posizione geografica e per la presenza di numerosi porti è stata sempre particolarmente esposta al bacillo. Alla fine del 1600 fu il Sud-Est barese ad esserne devastato e gli abitanti tentarono di arginarne le conseguenze con le risorse disponibili.

Come spesso accadeva in passato, difronte ad eventi umanamente incomprensibili e scientificamente lontani dalla qualsivoglia risoluzione, le risposte si cercavano nel soprannaturale, nella provvidenza, nella protezione divina. Ed ecco moltiplicarsi pratiche devozionali di ogni sorta: processioni penitenziali, giornate di preghiera dedicate a taluni santi taumaturghi come Rocco, Antonio e Sebastiano o alla Madonna di Costantinopoli, prelevamento e distribuzione della sacra manna di San Nicola, lasciti consistenti da parte dei malati e dei moribondi alla Chiesa per avere almeno salve le anime.

In alcuni paesi le autorità presero provvedimenti di tipo sanitario nonché militaresco, erigendo delle vere e proprie “mura della peste” a circoscrivere borghi e genti infette, per impedirne o limitarne al massimo il contatto con l’esterno. Laddove la disperazione prendesse il sopravvento e vi fossero tentativi di allontanamento, arrivava la sommaria giustizia umana a condannare alla fucilazione. Cosicché svaniva l’unica vera speranza di salvezza dal contagio dell’epoca: la fuga.

Altri paesi come Ostuni in Puglia, tuttavia, rimasero inviolati dalla pestilenza, forse ad opera dei miracoli di S. Oronzo, ma certamente anche grazie ad una consuetudine degli abitanti di tutta la Valle d’Itria di “tinteggiare a calce” le mura delle abitazioni. La calce viva (ossido di calcio) che comunemente si utilizza in questi borghi pugliesi per tinteggiare i muri di bianco, non è altro che pietra calcarea di cui la terra in questa zona è ricchissima, cotta in specifiche fornaci e poi ridotta in polvere. Sciolta successivamente in acqua dà vita ad una forte reazione chimica e ad un prodotto finale notevolmente basico, tale da “bruciare” ogni sostanza o materiale con cui venga a contatto. La calce con la sua proprietà altamente disinfettante, dunque, conosciuta fin dai tempi dei romani, ha protetto coloro che ne hanno saputo fare uso sapiente. E cosi la città bianca e la peste nera ci narrano di quei due colori sulle tavolozze, delle luci e delle ombre dell’esistenza, della vita che ha vinto sulla morte, della purezza e dell’incanto del bianco che ha piegato l’oscurità.

Testo di Samantha Laterza